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Etologia Relazionale

 

L’Etologia Relazionale® e’ prima di tutto un approccio mentale originale che individua e studia alcune componenti importanti, spesso ignorate, che emergono nei comportamenti e nelle dinamiche relazionali, tra specie diverse.

Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.

Oggi studiare i comportamenti specie specifici (etogramma) senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecarne l’eventuale valore aggiunto.

Un approccio che propone e che nasce da una visione biocentrica (che pone la vita stessa al centro delle relazioni e non l’uomo) e richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di se stessi (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

ll primo passo si compie verso se stessi per poi essere in grado di rivolgere l’attenzione, lo studio e le proprie individuali qualità verso tutti i processi relazionali in cui sia coinvolto qualunque animale in qualsiasi circostanza, sia che implichi la partecipazione diretta dell’uomo sia che sia presente come osservatore e moderatore della relazione.

E’ richiesto un costante impegno per superare e demolire un muro di credenze, pregiudizi, box mentali e false limitazioni che ostacolano una nuova interpretazione della “rete di relazioni” tra specie diverse che circondano la nostra vita e in generale il mondo animale con cui l’uomo condivide il pianeta.

L’Etologia Relazionale® richiede competenza e studio di materie quali l’etologia classica, la zoologia, la paleontologia, l’antrozoologia, le basi della biologia.

Al contempo è essenziale sviluppare una profonda consapevolezza delle componenti energetiche ed empatiche oltre che l’abilità di non porsi in modo pregiudizievole di fronte alle circostanze e di contestualizzare ogni evento relazionale tra specie diverse nel “qui e ora”.

L’etologia relazionale è cresciuta con l’idea di offrirci  l’opportunità di conoscere, comprendere, interpretare e sperimentare quest’universo di dinamiche e gli elementi, consci e inconsci, che concorrono a indirizzare e orientare correttamente lo sviluppo della relazione. 

 

 

Gatti: alcuni misteri mai svelati

Misteriosi ed eleganti, giocherelloni e teneri, curiosi e complessi, indipendenti ma socievoli, addomesticati ma selvatici, riservati, premurosi e diffidenti, fiduciosi ma ribelli, spietati cacciatori ma incredibili compagni di vita.

Occhi vivaci che brillano la notte, corpi agili e snelli, qualunque lunghezza o colore del loro pelo è sempre perfetta.

Un concentrato di fascino a cui molti di noi non sanno resistere.

Quando entriamo in relazione con un gatto, dobbiamo farlo con delicatezza.

A differenza del cane, il gatto non la concede a priori ma solo lentamente e con l’esperienza giornaliera.

La conquista più difficile sarà la sua fiducia. Attraverso l'osservazione sul campo del comportamento del gatto è molto difficile mettere in discussione la centralità dell’ “elemento fiducia” che si crea e si manifesta giorno dopo giorno. Non esiste un modo pragmatico per descrivere la fiducia, ma certamente si può osservare che tutto ciò che riguarda “la fiducia in una relazione” richiede prima di tutto pazienza e quindi tempo.

Esiste una correlazione molto stretta tra l’atto di “avere fiducia” e l’atto di “suscitare fiducia” e nel momento in cui entriamo realmente in rapporto con il gatto, dobbiamo necessariamente conoscere le modalità per rapportarci a questo elemento.

Nella relazione con alcuni soggetti, sarà necessario iniziare a fidarsi per primi, al fine di creare un clima adatto ad innescare il medesimo comportamento (sentimento) nell’altro. Tenendo presente che spesso gli animali sono in grado di leggere la nostra paura (contraltare della fiducia), sarà difficile cercare di “imbrogliare” riguardo a questo elemento. Basterà pochissimo per perderla dopo averci messo mesi per ottenerla.

È essenziale, per modificare la cultura che riguarda il nostro rapporto con gli animali, interrompendo l’abitudine di “pensare agli altri animali” in termini esclusivi di appartenenza “ad un gruppo o ad un altro”. L’atteggiamento mentale più comune nel definire gli animali tende a collocarli e definirli tramite etichette (gatti da compagnia, cani da guardia, animali da fattoria, etc.). Questo modo di pensare rischia di indurre inconsciamente verso una percezione limitata dell’immenso valore e del fascino che caratterizza l’individualità.

Il rapporto con questo piccolo ma potente felino richiede attenzione minuziosa e sensibilità al fine di cogliere le sfumature della sua personalità. Io vivo con 15 gatti. Alcune volte mi sorprendo nel cogliere le incredibili variabili che delineano il comportamento e da cui emergono le specifiche individualità. Riguardo al gatto, sarebbe il solito errore antropocentrico (uomo come unico metro di riferimento) pensare di poter comprendere pienamente il loro mondo, considerando che tanto per cominciare percepiamo solo parzialmente la gamma di input sensoriali che provengono dall’ambiente e dai rapporti con altri animali. Il mondo dei gatti è diverso dal nostro.

Tantomeno ci è concesso decodificare totalmente la loro complessa vita emozionale.

I rapporti tra i miei gatti sono mutevoli, generalmente armoniosi, rafforzati da un ambiente stabile perché sempre rifornito di risorse alimentari e protezione; esiste una forma gerarchica nelle colonie che definirei “circolare” al contrario della struttura piramidale che tendiamo a riconoscere in altri mammiferi sociali. La mia presenza e le mie attenzioni sono motivo di competizioni ritualizzate e la mia disponibilità a distribuirle in modo equo si trasforma in un collante per il gruppo.
Quando passeggio per il podere almeno una decina di gatti, che ci sia il sole, piova o nevichi, mi seguono entusiasti, con le code dritte, scorrazzando come una banda di adolescenti in gita (sto praticando una forma di “antropomorfizzazione consapevole”).

Osservarli, conoscerli e viverci è un dono. Quando ti concedono la loro fiducia, ti fanno sentire davvero speciale.
Per cercare di comprenderli al nostro meglio è necessario allargare la nostra visione, sfruttare le nostre qualità empatiche, intuitive e cercare di comprendere cosa racconta la loro storia evolutiva. Questo può aiutarci nell’interpretare alcuni di quelli che ancora oggi definiamo volentieri “misteri che riguardano il gatto”.

Ecco solo tre esempi di misteri che circondano ancora oggi il gatto.

1. Primo mistero: il “soffio” del gatto

L’origine del soffio o sibilo del gatto è ancora sconosciuta. Una delle ipotesi è quella del mimetismo protettivo che immagina che il soffio sia nato come strategia difensiva del gatto sfruttando la paura atavica che quasi ogni animale porta scritta nel dna verso i serpenti velenosi (in particolare quelli che emettono un sibilo prima di attaccare). A supporto di questa ipotesi, il gatto oscilla la coda il modo ritmico e spesso sputa durante il soffio… Inoltre il colore del mantello del gatto selvatico è striato e se lo immaginiamo acciambellato su un albero, in qualche modo, la somiglianza con un serpente, è credibile.

2. Secondo mistero: le fusa del gatto

Magico e misterioso incantesimo. Unico felino in grado di fare le fusa sia in fase di inspirazione che espirazione, fusa continuate. Dopo la prima settimana di vita i gattini sono in grado di fare le fusa e in questo modo comunicano alla mamma gatta che il latte arriva a destinazione, senza allertare eventuali predatori in ascolto vicino alla tana (immaginiamo sempre la situazione del nostro gatto ancora in circostanze pre-domestiche). La mamma ricambia con le fusa. Possono scambiarsi questa comunicazione per ore, a bocca chiusa. I grandi felini no, possono fare le fusa solo nella fase di espirazione (però i gatti non sanno ruggire!). Le fusa sono senza dubbio una strumento di comunicazione di uno stato emotivo. Non solo di benessere e soddisfazione. Il gatto emette le fusa anche in situazione di disagio, di stress, di paura. Non è ancora chiarito quali sia il meccanismo preciso, se questo tranquillizzi il gatto durante l’emissione oppure lo scopo sia comunicare la volontà di “segnale pacificatore” nei confronti di chi è presente. Questo è un aspetto estremamente interessante. Gli ultimi studi sembrano dimostrare che i gatti emettano le fusa solo in presenza di un altro essere (umano o non umano), quindi questo dimostrerebbe che la funzione è comunicativa a tutti gli effetti e probabilmente volontaria (consapevole?). Nel libro “La tribù della Tigre, I felini e la loro cultura”, Elizabeth Marshall Thomas non esita a definirle una “modalità di comunicazione”. In un certo modo sembrano essere un equivalente del sorriso per gli umani, un segnale destinato a placare la psiche in termini emotivi. L’ipotesi della Thomas è che i grandi felini lo utilizzino per calmare la preda appena catturata prima di ucciderla rendendola più mansueta e forse rendendole l’agonia meno intensa.
Davide Celli mi ha svelato che suo padre raccontava una storia che riguarda le fusa dei gatti che ci svela qualcosa di veramente speciale sui nostri compagni felini. Giorgio Celli sosteneva: “i gatti fanno le fusa quando stanno per morire, questa cosa è incredibile, è come se, anziché rassicurare la preda, per la prima volta nella loro vita, rassicurano il grande predatore.”
Le teorie avanzate riguardo invece l’esatto meccanismo fisiologico da cui originano le fusa nei gatti sono svariate: il prodotto della turbolenza sanguinea nella vena cava, oppure nella trachea, oppure il risultato di una complessa interazione tra laringe e la pressione dell’aria nella gola oppure si pensa che l’organo responsabile sia il palato molle, che si chiude quando si deglutisce e che fa in modo che il cibo non finisca accidentalmente nei polmoni.

È strabiliante che l’origine delle fusa sia ancora un mistero!


3. Terzo mistero: i gatti e l’erba gatta

I gatti che si imbattono nell’erba gatta/gattaia (una pianta che contiene nepetalactone) sembrano subire una forma di trance. L’interpretazione che possiamo provare a dare ci indirizza verso l’ipotesi che questa pianta sia in qualche misura “leggermente eccitante ed inebriante”…diciamo che potremmo paragonarla all’effetto della marijuana sull’uomo. Se un gatto ha l’occasione di imbattersi in quest’erba, per una decina di minuti rimane sotto l’effetto “tossico” (in senso positivo, poiché non crea nessuna dipendenza e non ha effetti negativi sull’organismo dell’animale) del nepetalactone.

I gatti non sono gli unici felini che percepiscono quest’effetto eccitante ma anche nei grandi felini si è osservata la stessa reazione.

La Nepeta cataria non è l’unica pianta a cui sono sensibili i gatti, alcuni soggetti reagiscono anche ad altre piante come la valeriana, l’ ulivo, la mimosa…etc. Non tutti i soggetti reagiscono nello stesso modo, alcuni ne sono addirittura immuni e gli studi scientifici sembrano mostrare che questa differenza dipende da un elemento genetico e non un condizionamento individuale.

I gatti solo dopo circa due mesi di vita iniziano a sentire l’effetto della pianta, prima ne sono indifferenti. Ma ripeto, solo alcuni gatti, altri restano per tutta la vita totalmente indifferenti alla pianta. Il comportamento del gatto “dipendente” diventa progressivamente più estroverso e disinibito. Comincia con l’annusarla, leccarla, mordicchiarla fino a strusciare insistentemente sia il muso che il corpo, il tutto associato a fusa, miagolii e curiose capriole.

Gli studiosi hanno ragionevolmente ipotizzato (vista l’analogia con le gatte in calore) che questa pianta contenesse qualche tipo di feromone sessuale a cui i felini sono sensibili. Gli studi hanno confutato questa teoria poiché tra la quota di gatti sensibili alla Nepeta ci sono indifferentemente maschi e femmine, sterilizzati e non. Diciamo che la reazione di moltissimi felini all’ erba gatta lo annoveriamo tra i numerosi misteri che avvolgono i gatti.

Ciascun gatto, in quanto individuo, ha il proprio carattere, le proprie fragilità, le proprie spigolature e nel tempo alcuni aspetti caratteriali e comportamenti si modificano.
L’umiltà umana necessaria per tentare di capire il loro modo di percepire il mondo e sperimentare la relazione dovrebbe concentrarsi sul diventare consci che non tutti gli aspetti che li riguardano sono alla portata della nostra comprensione ed interpretazione, anzi spesso non lo sono affatto (per fortuna!).


[Tratto dal libro - Un viaggio nell'etologia relazionale. Energia, empatia, emozioni, intenzioni, intuizioni e conoscenza. Autrice Myriam Jael Riboldi]

 

 

 

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